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La scuola al tempo del Coronavirus

Postato da: Gianluca Bellisomo In: News In Data: Hit: 63

Anticipazioni

di ErrePi

in medias res


Direttore responsabile

Giovanni Genovesi

Anno LIV, n. 78, Aprile-Giugno 2020 suppl. online al n. 215 di “Ricerche Pedagogiche” C. P. 201 - 43100 Parma - E-mail: gng@unife.it


La scuola al tempo del Coronavirus

Non ho mai pensato che i problemi della scuola, in particolare quelli che riguardano i fini e i modi dell’insegnare, possano essere risolti con l’uso delle macchine seppure elettroniche e guidate dall’intelligenza artificiale. Queste ultime, in effetti, con l’indubbio e grandissimo vantaggio di annullare le distanze e le difficoltà di ascolto e anche di interazione tra l’uno o i pochi che aprono il dialogo e i moltissimi e anche lontanissimi che possono interagire, non risolvono né il perché si trasmettono quei messaggi con quei contenuti, né come essi impattano su coloro che li ascoltano e quali sono le modalità e vantaggi nell’apprendimento dei contenuti trasmessi. La risposta a queste due questioni, e specialmente alla prima, è fondamentale per capire perché e come usare le varie forme di comunicazione on line per fare scuola. La disgraziata situazione in cui ci ha confinato il Coronavirus o Covid-19 che dir si voglia, credo che ci aiuti a rispondere alle domande di cui sopra e a farci fare qualche utile riflessione sul concetto di scuola e sui modi di impostare l’insegnamento ossia, in altri termini, di fare didattica e, quindi, di fare scuola. In effetti, il fine che si assegna alla scuola postula in maniera strettissima come intendere e come fare didattica. Lo smart working, con l’impegno di tutti gli insegnanti del Paese che stanno cercando di salvare la scuola dal precipizio in cui Coronavirus la stava gettando e con grande probabilità ci sarebbe riuscito, ha fatto emergere un aspetto di grandissimo interesse perché sovverte la concezione tradizionale della scuola – e che, in genere, è sempre stata presente e coltivata dall’immaginario collettivo – come luogo per apprendere cose da fare e come farli, e fatti che circondano o hanno circondato e cambiato queste cose. Ebbene, la didattica on line mette in chiaro senza equivoci che i messaggi che l’insegnante vuole tra-smettere ai suoi allievi sono finalizzati a coinvolgerli mettendo in campo idee e non solo fatti. I fatti debbono sempre essere sottoposti a interpretazione e è necessario fare apprendere ai ragazzi come saperla fare. L’interpretazione, gestita dall’insegnante con i suoi allievi, è la pietra angolare della scuola che insegna a farla con l’argomentazione impastata di logica e di lingua. In quest’ottica, le varie discipline sono da vedere, sotto l’aspetto didattico, come mezzi per perseguire quanto detto e fare della scuola un opificio di cultura, che dà sempre più piacere frequentare per sentirsi parte integrante e partecipativa di quella grande provocazione di cultura che è la società. E la cultura è fatta da idee e dall’impegno di produrle e di trasmetterle. Quanto detto comporta che la scuola non debba mai essere ossessionata da programmi vincolanti che costringono a corse furiose senza mai arrivare alla meta e rendere inutili le parti fatte senza la giusta lentezza che richiedono l’interpretazione e la giusta sedimentazione. La lezione manualistica attraverso la macchina, sia pure arricchita da link illustrativi d’appoggio, è un uso sciocco della stessa macchina che è costretta a fare al peggio ciò che l’insegnante in classe può fare al meglio. La sciagurata situazione in cui ci troviamo va sfruttata non solo per coltivare la paura rinchiusi dentro casa, ma anche per profittarne le possibili provocazioni come quella qui accennata sulla nuova concezione della scuola e della didattica che postula un uso della macchina in complementarietà con l’insegnante in classe, face to face, a ricordarci che è sempre l’uomo il vero artefice della cultura che sa usare al meglio le macchine che lui ha creato in sapiente complementarietà con se stesso in un iter che si va via via perfezionando all’infinito. È vero, si è detto che l’essere insieme alla famiglia nel partecipare, non foss’altro per ricordare loro, almeno nelle famiglie più attente, gli appuntamenti on line con i vari docenti, permette una collaborazione tra scuola e famiglia. Ma, comunque, non è mai la stessa cosa che essere a scuola, dove l’allievo è e si sente nel gruppo dei pari e la sua socializzazione è diversa. A scuola è uno scolaro o uno studente, a casa è sempre un figlio. Si tratta di due tipi di socializzazione del tutto diverse. E poi a scuola si va, bisogna uscire di casa per andarci con un impatto con il fuori casa più o meno complesso e che, comunque, mette una proficua distanza dalla famiglia. Scuola e famiglia sono due istituzioni completamente diverse, con finalità assolutamente diverse. È bene che collaborino proprio per questo. La famiglia non educa che a rispettare un curriculo occulto, prepara alla scuola e non la può mai sostituire. È la scuola che educa con sistematicità per perseguire il fine di incamminare ciascuno dei suoi studenti sulla via infinita della padronanza di se stessi. A scuola, dunque, è necessario andarci. Coronavirus permettendo! (G.G)