Collane

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Due parole da un “precario” che scrive e riflette da tanti anni; e casualmente a volte anche insegna

Postato da: Gianluca Bellisomo In: RP Scuola In Data: Hit: 155

All'ultim'ora

di ErrePi

in medias res


Direttore responsabile Giovanni Genovesi Anno LIV, n. 78, Aprile-Giugno 2020 suppl. online al n. 215 di “Ricerche Pedagogiche” C. P. 201 - 43100 Parma

E-mail: gng@unife.it


All’ultim’ora
Riflessioni improrogabili

Sempre più spesso capita di leggere sui giornali articoli balordi e pieni di sciocchezze, sia pure dispensate con la saputezza di chi non sa e non vuol sapere pressoché nulla della scuola e della sua storia. È veramente uno sconforto constatare che, in un modo o nell’altro, ci si scagli contro gli insegnanti “precari”, ormai un vero e proprio esercito, che ha retto in piedi la scuola in questo difficile frangente della pandemia; e con quell’assurdo sistema a distanza che altri saputelli o saputoni vorrebbero magari estendere anche in seguito, elevandolo a sistema di essere della scuola. Non mi dilungo su questo aspetto su cui ho detto come direttore di “Ricerche Pedagogiche” e come Presidente della SPES (Società di Politica, Educazione e Storia), per lasciare lo spazio alle riflessioni di un nostro membro della Redazione – riflessioni ricche di annotazioni di grande interesse e ben argomentate, basti pensare al ruolo dell’insegnante come intellettuale, idea mutuata, come la benefica necessità educativa della menzogna, da Comenio, un classico ben conosciuto dalla nostra autrice. Un ruolo che, sia pure da “precaria”, si è guadagnata, come tutti i veri insegnanti, con lo studio costante e testimoniato da vari saggi nel settore dell’educazione, a prescindere da “concorsi seri come dio comanda”, che non sono mai stati garanzia che chi li avesse superati avrebbe fatto meglio di coloro che fossero stati bocciati il mestiere d’insegnante. Ben altri avrebbero dovuto essere e dovrebbero essere le modalità del reclutamento docente in ogni ordine di scuola, senza rivangare concorsi che mai sono stati in grado di garantirci dei docenti intellettuali. E non si può certo incolpare i sindacati della scuola che, a detta del nostro articolista, ingabbierebbero gli insegnanti, impedendo, non foss’altro e fortunatamente, che si formasse un’improvvida associazione degli insegnanti. Non voglio andare oltre, anche se non mancherebbero affermazioni infondate da rintuzzare. È quanto farà, con precisione e con garbatezza intellettuale, la nostra autrice nelle sue Riflessioni.

Il direttore


Due parole da un “precario” che scrive e riflette da tanti anni; e casualmente a volte anche insegna*
di Alessandra Avanzini

Ed eccomi qui, una delle migliaia di quei “precari” tra grandi virgolette, una che appartiene a quella massa informe e senza volto, appiattita sulla propria nullità e che, nonostante questo nulla, già da tempo insegna nella scuola proprio come gli altri, gli insegnanti, quelli veri, che “già da tempo insegnano nella scuola” – pure loro, ma con noi (perché senza di noi la scuola non ce la farebbe proprio). Eccomi qui, quasi senza parole, mi verrebbe da dire incredula e stordita, perché mi illudo sempre che prima o poi qualcuno capisca, seriamente, la questione, e invece eccomi a leggere l’ennesimo insulto che ci arriva dai quotidiani, insulto autorizzato dunque da chi quei quotidiani dirige e sostiene.

Che peccato.

Che peccato che proprio a noi, “precari”, sia toccato e tocchi ancora in sorte di educare i figli di persone che magari vorrebbero qualcosa di più, insegnanti veri, insomma. Che peccato che a noi “precari” sia toccata l’infausta sorte di sostenere questa scuola, a rischio di collasso anche e più che mai quest’anno, con questa scuola a distanza, così assurda e faticosa; e l’abbiamo fatto usando tutte le ore che avevamo, i giorni liberi, i weekend, i pomeriggi; e ci siamo connessi come pazzi per non perdere nessuno di quei ragazzini così sperduti e isolati, soli di fronti a un computer. E spesso abbiamo perso di vista i nostri, di ragazzini, che se ne stavano in casa pure loro, in casa nostra però, soli di fronte a uno schermo, a piangere di fronte a docenti, magari davanti a insegnanti veri e molto sicuri di sé e del proprio ruolo e della propria lunghissima esperienza, che magari rifilavano loro un quattro perché la connessione era saltata o incerta, – e chi mi dice che è vero, che non stai facendo il furbo –. È saltata, è vero, è saltata anche a me, perché tutti in casa dobbiamo connetterci e non è che la linea ce la fa così bene. Ma forse i nostri figli sono i figli “precari”, parte di quella stessa massa informe. Magari agli altri la connessione non salta.

Che peccato che sia toccato a noi e che l’abbiamo fatto con i nostri soldi, i nostri mezzi, i nostri computer, i nostri telefoni, perché a noi non tocca il bonus docenti, ma chi siamo noi, migliaia di “precari” dentro una massa informe. Eppure, l’abbiamo fatto comunque, e non abbiamo chiesto un centesimo in più. E quando ancora andavamo a scuola, quella vera, con porte aule muri, abbiamo portato orologi a muro, alberelli di Natale e festoni, perché ci teniamo alla nostra scuola, anche se poi c’è chi ci ricorda che noi con quella scuola non abbiamo nulla a che fare. Non è la nostra scuola. O meglio, non dovrebbe esserlo, in un mondo migliore, più giusto, più capace di valorizzare chi sa davvero; chi ha veramente il diritto di insegnare.

Come i docenti universitari. Loro sì che sanno. Chissà perché, mi chiedo, sanno, e a loro è concesso un concorso per soli titoli. Chissà perché a loro, gli universitari, non viene chiesto di fare un concorso che ha come programma “TUTTO”. Un tempo al massimo a loro veniva sorteggiata la lezione 24 ore prima su un argomento relativo alla loro materia. Forse allora sono questi i concorsi “come dio comanda”? E allora perché, leggo, che i concorsi “come Dio comanda” sono solo concorsi con uno scritto e un orale? Ma da quanto tempo in università non vengono fatti concorsi così? Eppure, quei concorsi, quelli con la lezione orale e per titoli, ecco, quelli avevano chiesto tanti di noi, docenti “precari”. Ma ci è stata negato. Ci è stato detto che un concorsone vero, capace di valutarci, è solo a crocette, e poi ci è stato detto, ma no va bene anche a domande aperte. Purché sia scritto. E perché non tutti e due? Hanno detto subito dopo. Ed eccoci qui, con due concorsi da fare. Uno a crocette e uno a domande aperte. E al computer. Ma su cosa? E ci risiamo, su “TUTTO”.

Caspita.

Perché il fatto è che i docenti veri, non i “precari”, quelli veri che insegnano davvero, loro sanno tutto, noi facciamo solo finta. Tu li puoi fermare in qualsiasi momento per strada e puoi chiedere loro qualsiasi cosa e loro sanno tutto. Sanno che il Capitolare di Quierzy è esattamente del 14 giugno 877 e la Constitutio de feudis è del 28 maggio 1037, io no, io me lo sono dovuta ricontrollare, su wikipedia (però lo sapevo all’incirca!). Ma il vero docente sa tutto e di preciso, mese, ora, giorno, anno. Questo sì che conta. Questa è la differenza fra lui e noi, “precari”.

Perché, soprattutto, lui sa che l’educazione è questo: sapere tutto, insegnare tutto, chiedere tutto. E diffidare: diffidare degli studenti che copiano, fingono di sapere, ingannano. Nel suo cuore, nel cuore del docente vero, c’è la nozione. Anzi, ci sono tutte le nozioni.

Chissà perché, mentre riflettevo sulla superpotenza di questo docente onnisciente, mi veniva in mente Comenio, quello che da tante parti si definisce il padre della Pedagogia, ma anche il padre della Didattica, insomma il padre della Scuola, a ben vedere. Comenio ha scritto tanti bei libri. Ma io non li devo conoscere, perché è roba vecchia e non si occupa di metodologia didattica; lui ha inventato ‘il metodo’ – esagerato! –, e poi perché io devo insegnare Italiano, Storia e Geografia e devo sapere TUTTO di Italiano, Storia e Geografia. Tutte le date, tutti i nomi delle opere, tutto ciò che posso inserire in una dettagliata tabella nozionistica. Linea del tempo compresa, elenco delle capitali, ecc. Ma non Comenio, che c’entra, lui lo dovrà conoscere al massimo chi insegna pedagogia.

Per il ruolo, infatti, in generale servono le Metodologie Didattiche, che io non so bene cosa siano, perché quello che ho imparato e su cui ho riflettuto per anni studiando e facendo ricerche in Pedagogia, e poi osservando dentro la scuola, è che le metodologie didatti-che sono di solito ostacoli burocratici ad ogni possibile forma di educazione. Sono l’ennesimo problema regalato al docente, perché il suo percorso sia pressoché impossibile. Ma Metodologie didattiche va bene. A crocette naturalmente. Ah no, anche a risposte aperte.

Comunque, torno a Comenio, non mi devo disperdere, né distrarre… sarà un difetto del “precario”. Stavo dicendo che Comenio (per essere precisi: Jan Amos Komensky in latino Iohannes Amos Comenius, 1592-1670) ha scritto dei libri bellissimi, densi di riflessione pedagogica, che vuol dire riflessione per l’uomo, per trovare la strada affinché l’uomo sia veramente libero. Non è facile essere liberi. Tutti credono di volerlo essere e di poterlo essere, ma troppi pensano quello che è più semplice e più opportuno pensare, quello che ti dà un vantaggio. Ma questo non è essere liberi.

Ecco, tra i suoi libri, un testo citato ovunque La grande didattica; ma ne ha scritti anche tanti altri, tra cui Il mondo per immagini delle cose sensibili (scrivo i titoli in italiano perché noi che siamo “precari” e ignoranti saremmo in difficoltà con il titolo in latino Didactica Magna e Orbis sensualium Pictus), che di fatto, per come la vedo io, è il primo picture book (mi è scappato l’inglese) della storia e, per come la vedono di fatto tutti, è anche il primo manuale scolastico. In questo libro c’è tutto il sapere, in piccolo, che il bambino deve apprendere per divenire signore di se stesso. Che bell’obiettivo! Perché Comenio, nel Seicento, sapeva che l’obiettivo non era infarcire di nozioni come un panino il bambino, ma insegnargli ad essere padrone di sé e del mondo. “Vieni ragazzo impara conoscere!” Fa dire Comenio al maestro nell’Introduzione. E il bambino chiede. “Cosa vuol dire conoscere?” E il maestro gli risponde: “Capire bene, agire bene, saper dire bene, tutto ciò che è necessario. - Chi me lo insegnerà?” – continua l’allievo – “Io, con l’aiuto di Dio. – In che modo? – Ti condurrò dappertutto, ti mostrerò ogni cosa, ti indicherò ogni cosa”.

È un maestro che conduce, una guida (che bella parola), che mostra, cioè incoraggia il bambino ad aprire il proprio sguardo oltre se stesso, e gli indica ciò che vale la pena osservare. Gli dà un motivo per guardarsi attorno, gli indica una direzione. Che bellissimo mestiere poteva fare questo maestro!

Comenio aveva compreso che l’insegnamento è qualcosa di molto più complesso di una trasmissione di nozioni, è qualcosa che unisce conoscenze e valori, ancora di più, qualcosa che deve offrire al ragazzo delle strutture mentali affinché egli possa costruire queste conoscenze e questi valori. E deve poterlo fare liberamente.

In tutto questo si poneva un problema: ma di tutto quello che sappiamo, noi sapienti, noi esperti, cosa dobbiamo insegnare al bambino? Possibile che nella scuola debba entrare tutto? Tutta la matematica, tutta la storia, tutta la fisica ecc.? Cosa è necessario che sia insegnato? Cosa ha veramente un valore educativo, cioè un valore tale da trasformarsi in molla autonoma per ulteriore conoscenza e crescita? Su questo Comenio aveva elaborato un concetto, e l’aveva chiamato Pansofia: si trattava di un sapere che raccoglieva tutto il sapere dai maggiori sapienti del mondo, una sorta di concentrato che doveva arrivare a tutti, elaborato secondo criteri pedagogici. Dunque, ogni sapere doveva riflettere su se stesso, porsi il problema strutturale della propria intrinseca utilità. Comenio aveva compreso che l’educazione mette tutto il mondo, tutta la conoscenza, sottosopra e con questo anche lo sguardo dell’uomo. Ha una forza esplosiva e bisogna gestirla con grandissima delicatezza. E per fare tutto questo, per portare il sapere al bambino, al ragazzo, addirittura a volte sono più utili le bugie, è più utile un pizzico di ignoranza che tante conoscenze. ‘Dimenticare’ a volte è il passo più veloce per motivare alla conoscenza e dunque per poter conoscere in modo autentico. Non sto certo dicendo che il docente deve essere ignorante, ma che ciò che si deve incontrare nel momento educativo, che è una relazione, sono sostanzialmente due mondi, quello dell’adulto che insegna, quello del bambino che si mette in gioco per imparare, per iniziare il proprio viaggio di conoscenza.

Qual è il rischio più grande?

Che i due mondi, invece di avvicinarsi, scoprano di essere incompatibili. Che ci sia una sorta di rigetto, per dirla in termini medici, come se volessimo impiantare un organo che un corpo proprio non vuole.

E allora cosa si può fare?

Bisogna magari dire qualche bugia. Bisogna farsi un po’ ignoranti, mettere da parte la nostra supponenza, la nostra presunzione di sapere già tutto, e abbracciare il mondo del bambino, buttarcisi dentro, scavare lì in quel mondo a fondo per capirne la struttura e i contenuti portanti.

Comenio, nel Seicento, sapeva e condivideva che la terra non era un pallone fermo al centro dell’universo, aveva fatte sue le teorie copernicane, conosceva le innovative teorie scientifiche, era un uomo di grandissima cultura, pienamente consapevole del dibattito scientifico del tempo; era insomma un intellettuale. Eppure, nel manuale per le scuole ha scritto esattamente questo, che la terra se ne stava lassù ferma al centro del cosmo. Questo universo sbagliato offre Comenio al bambino, cioè un errore scientifico.

Perché?

Perché la nozione in sé non ha nessuna importanza educativa, la nozione sbagliata si recupera e si corregge; il punto e l’obiettivo educativi sono altri e di gran lunga più importanti. Quello che il docente deve riuscire a fare è entrare nel mondo del bambino senza essere rigettato, senza allontanarlo; tirarlo dentro e fargli amare il viaggio che sta per iniziare, farglielo amare sempre quel viaggio fino a che non sarà lui stesso a capire dove vuole andare. A quel punto allora, magari, rivedrà vecchi contenuti e li modificherà perché sarà davvero divenuto signore di se stesso, avrà guardato il mondo, gli avrà dato un valore e avrà deciso di conoscerlo da capo, a modo suo. Solo così nasce lo sguardo culturale, solo così si compie un percorso educativo, che deve sempre ricordarsi il grandissimo e delicatissimo compito che non bisogna strappare un bambino al suo mondo, ma è necessario offrirgli gli strumenti perché possa amare in modo nuovo quel mondo e trasformarlo. Allontanarlo dal suo mondo di partenza senza delicatezza può avere risultati deleteri, quali l’abbandono della scuola o la disumanizzazione del bambino stesso, che rifiuterà il proprio mondo, non lo affronterà mai, e ne accoglierà uno nuovo, senza comprenderlo a fondo e divenendone di fatto vittima, pensando, certo, di essere libero; ma non sarà mai signore di se stesso.

Questo, dunque, lo scopo principale della scuola.

E come si forma un docente per arrivare a questo? Come si comprende che un docente sa fare questo o almeno guarda in quella direzione? Perché non conosco nessun docente, e se lo vedessi sarebbe in malafede, convinto di poter dire ‘io lo so fare’. Fare il docente è una sfida che si impara coi ragazzi e che non finisce mai.

Un modo per capirlo, però, forse c’è, ad esempio partendo dal percorso di studi che ha fatto, magari dalle ricerche che ha compiuto; non mi è chiaro, a proposito, come mai a noi docenti “precari” vengono buttate via le pubblicazioni scientifiche come se fossero un peccato commesso in passato. E i nostri insegnamenti universitari, laddove ne abbiamo? E il dottorato? E l’assegno di ricerca? E magari pure l’Abilitazione scientifica nazionale? E i masters che abbiamo frequentato? Come mai i nostri titoli li dobbiamo nascondere? Perché le graduatorie mi chiedono di fatto solo se mi sono laureata e se ho già insegnato? E quando anche li conteggiano, ci viene detto che c’è un limite massimo, cioè possiamo approfondire le nostre conoscenze, ma solo un po’, siamo solo docenti alla fine.

E insomma non è colpa nostra se siamo ancora “precari”, e nemmeno se siamo una massa informe.

Non è nemmeno colpa dei sindacati, che, con tutti i difetti che hanno, sono portatori di conquiste storiche irrinunciabili, che hanno a che fare con il volto ‘materiale’ del lavoro, e quel volto va tutelato.

È forse un po’ colpa dei governi, questo credo di poterlo dire, che arrivano, eleggono d’ufficio l’esperto di turno, decidono che hanno avuto improvvise illuminazioni e che i docenti vanno reclutati così. Ma questo ‘così’ è inafferrabile, perché ogni volta cambiano idea. E i docenti, a seconda di quando iniziano a fare i docenti, rischiano di essere “precari” a vita, volti invisibili e informi, dentro una massa informe, accusata di peccati capitali, come quello, primo fra tutti e imperdonabile, di essere “precario”, una parolaccia quasi, oggi.

Ma, leggo, che viene balenata un’ulteriore pensata. Un’associazione docenti?

Mi vengono i brividi solo a pensarla, quasi il pensiero potesse già vederne una prima forma di realizzazione.

Il docente, quello vero, e questa cosa non ha niente a che vedere con precario o di ruolo, il docente vero non lo si capisce dal fatto di essere ufficialmente e stabilmente docente, ma da quello che egli sa fare coi ragazzi, dalle sfide che porta avanti, da quanto sa credere nel proprio lavoro; il docente vero, dunque, anche il “precario”, è un intellettuale. E, come intellettuale, parla per sé, non può fare altro perché la sua coscienza è libera e sempre in costante movimento il suo pensiero.

Proprio come gli universitari, che non credo amerebbero essere bloccati in un “ordine dei professori” che parli per tutti loro.

Il docente è un intellettuale, che magari si dimentica qualche data perché la sua testa è presa da cose molto più serie di queste: dal costruire un senso a ciò che sta facendo, dal cercare un incontro con quei ragazzi che sta portando dentro al mondo della cultura, affinché possano essere non tanto cittadini, ma individui responsabili di se stessi, perché possano essere a tutto tondo uomini. Questa è una sfida difficilissima e non esiste un “concorso come Dio comanda” per verificare che lo sappiamo fare, i docenti; esiste una preparazione fatta di studio e di riflessione, che deve poi avere delle ricadute originali sul sapere che si insegna.

E come è possibile verificare lo slancio in questa direzione? È possibile?

Forse sì, e senza nemmeno ricorrere a forze ultraterrene; magari, ad esempio, come qualcuno di noi aveva chiesto, valutando i titoli e, dopo un anno di prova (l’ennesimo a dire il vero) che attesti che il suo lavoro l’ha svolto, con una lezione orale, sorteggiata 24 ore prima, che chieda di mostrare come un certo argomento viene insegnato ai ragazzi. Le idee educative che siamo in grado di mettere in gioco. Non astratte e aride metodologie didattiche, perché ogni allievo è differente e non lo si può ingabbiare in automatismi e noi docenti dobbiamo avere quel pizzico di magia che ci fa trovare la strategia giusta al momento giusto. Auspicabilmente. Comunque sia, applicare tecniche preconfezionate ci porta solo fuori strada. Lontano da lui, dal nostro allievo (e ogni classe è composta da tanti differenti allievi, e di classi di solito il docente ne ha, se di italiano, anche 4 o 5; in altre materie anche fino a 9, una vera follia). Sono le idee che trascinano gli uomini e creano le condizioni per le azioni e la realtà. Quelle idee devono muoversi in quelle lezioni.

Lasciateci fare il nostro lavoro, lasciate che ci riappropriamo di un lavoro che mescola costantemente, con passione e partecipazione, riflessione, teoria e prassi, e non si ripete mai uguale, perché a seconda di chi ho davanti tutto quello che so va rimesso completamente in gioco.

E un’ultima cosa: noi “precari” non siamo una massa informe, ma, come ogni docente, siamo intellettuali; ci saranno quelli più bravi, quelli meno, e magari ci saranno gli incapaci. Ma forse, come detto, il modo per provare a capirlo c’è; un modo attraverso il quale possa emergere il nostro essere intellettuali, il nostro essere sinceri e autentici costruttori di sapere con i nostri ragazzi, capaci di porre ad ogni nostra sfida un orizzonte educativo, un orizzonte di senso.

Ma questo oggi ci è stato negato a favore di un test a crocette e di un test indefinito a risposte aperte su un programma assurdo, di fatto senza limiti. E il nostro valore verrà valutato, cioè svalutato così. Questo non si chiama ope legis e non è nemmeno un “concorso burla”. È una presa in giro, di nuovo; ma quelli presi in giro siamo noi, anche se i danni li pagano tutti. Perché coi ragazzi, feriti o non feriti, noi siamo quelli di sempre. Come siamo stati con loro prima, saremo anche dopo, se il caso o la fortuna ci faranno azzeccare la risposta tecnicamente corretta.





* Queste riflessioni prendono spunto, per andare oltre, da un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia, apparso sul «Corriere della sera» del 5 giugno 2020 intitolato Perché a scuola gli insegnanti contano meno. Una precisazione: il tono ironico della prima parte di queste riflessioni non ha in alcun modo come bersaglio i colleghi strutturati nella scuola, tra i quali, come accade per i precari, ci sono quelli più bravi, quelli meno, e quelli incapaci.